"Io non sono cambiato. Non è cambiato il mio cuore. Come fiordalisi nella segala fioriscono gli occhi nel viso. Stendendo stuoie dorate di versi, vorrei dirvi qualcosa di tenero. Buona notte! A voi tutti buona notte! Più non tintinna nell'erba del crepuscolo la falce del tramonto. Stasera ho tanta voglia di pisciare dalla finestra mia contro la luna" (S.A. Esenin)
E Giacomo smise di tenersi aggrappato a se stesso e
si
trasformò in una vulva invisibile della grandezza del cielo, per
lasciarsi
possedere dal padre, una forza illimitata che lo trascinò fuori del tempo
e
dello spazio. Entrò nella negazione assoluta: come se stesse cadendo in
un
pozzo nero, dove tutto ciò che si manifestava veniva cancellato
all’istante,
attraversando livelli di esistenza che sfumavano, Kosménk, cuore del No
illimitato, ricusava per essere infine la più grande di tutte le
affermazioni.
Dalla bontà infinita sorse Xàlpen, sua sposa. Giacomo fu disgregato in
una nube
di gocce ardenti e venne la comprensione: circolò in tutte le correnti
del
firmamento, della terra, dell’oceano, della linfa, del sangue. Si espanse
in una
rete di onde, come un incommensurabile ragno fatto di spirali. La vita
era un
labirinto vuoto percorso da un torrente di passione, Xàlpen, l’orgasmo
continuo
… Kosménk, eternamente immobile nella sua notte buia, radice di tutti i
soli,
di ogni luce cosciente, padre di Xàlpen, si fa amante di lei, per
fondersi
nella materia divenuta canto di felicità, e nascere come suo figlio:
Keternen,
il bimbo d’oro, pane fragile e tenero che alimenta chi lo distrugge.
Keternen,
nato dal sacrificio di Kosménk, salvatore della razza umana, creatore
del nuovo
universo, dove nessuno mangia nessuno e la carne è trasparente. Dove
tutti gli
esseri, mutati in comete coscienti, tracciano nel cielo una cattedrale
di fuoco
… Il piacere della Madre è tanto intenso che sembra dolore, perché
l’orgasmo è
vertiginoso e non cessa di crescere. Allora offre il suo dono maggior,
la
Morte, perché tutto, di nuovo, torni a Kosménk…
Giacomo si trovò nudo nella radura. Tralaf, accanto
alla roccia
nera, stava suonando qualcosa che sembrava un violino. Un arco d’osso
con una
sola corda di crine intrecciato, che appoggiava contro gli incisivi
superiori
per sfregarlo con un altro arco uguale, facendo uscire dallo strumento
un
pianto tra l’umano ed il divino. (A. Jodorowsky)
Volevo appenderla a un muro della stanza. Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata. Non la metto in un quadro questa foto. Dovevo conservarla con più cura. Queste le labbra, questo il viso – ah, per un giorno solo, per un’ora solo tornasse quel passato. Non la metto in un quadro questa foto. Mi fa soffrire vederla così guasta. Del resto, se anche non fosse guasta, che fastidio badare a non tradirmi – una parola o il tono della voce – se mai qualcuno mi chiedesse chi era.
E i loro volti erano
pallidi
Spezzati i loro singhiozzi.
Come la neve dai petali puri
O le tue mani sui miei baci
Cadevano le foglie autunnali. (G. Apollinaire)
Egli era dunque pienamente consapevole del suo ricercare e
cosciente della domanda che poneva a tutti i contenuti e a tutti gli aspetti
del mondo: è questo che cerco? Un giorno però vi fu una piccolissima svolta,
proprio una di quelle che, essendo molto piccole, provocano grandi mutamenti.
Egli cessò di chiedersi se avesse finalmente raggiunto l’obiettivo della sua
ricerca e si rese conto che un qualsiasi questo non poteva mai essere altro che
un nome attribuito a qualcosa che era in lui e non nel mondo esterno: e i nomi
altro non sono che suoni e fumo. In quel momento scomparve la separazione tra
soggetto e oggetto, come direbbero i filosofi. Il mondo non può privarci di ciò
di cui è privo, tornava a ripetersi con sua enorme meraviglia. E tornava a
ripetersi anche la frase per lui singolarmente ricca di significato: Io sono più io di mestesso.Improvvisamente capì che la ricerca era stata
la causa del suo non trovare , che nel mondo non si può trovare, e non si può
quindi avere, ciò che da sempre si è... (P. Watzlawick)