" Non era una vera e propria sala da biliardo. Un piccolo locale angusto gonfio di fumo, a poche decine di metri da casa; cioccolatini, caramelle, giuggiole colorate e bastoncini di liquirizia, ammucchiati in barattoli di vetro imbrattato dalle dita dei bambini che vi entravano per acquistare cinque, dieci lire al massimo di zuccherini . Il proprietario, un uomo basso e rozzo, sua moglie, con un sorriso fisso, stampato sotto spessissime lenti. Nel fondo un tavolo da biliardo rivestito da un panno verde, sgualcito, pochi uomini: ombre tra le onde di fumo azzurrognolo. Era la prima volta che ci andavo di sera. Mio padre, curvo sul tavolo, trattenne la Nazionale senza filtro nell'angolo della bocca carnosa e accennò un sorriso, verosimilmente compiaciuto. Le bilie colorate, mai viste così da vicino, pollice e indice a ponticello sul vecchio tappeto, la stecca stretta nell'altra mano... Mira,filotto,tac tatatac tac tatac... Traiettorie dritte, rapide ,colpi secchi,come spari.
In questa ora, quando la meraviglia di traiettorie ordite ,spezzate dall'urto di bilie spaventate dall'inesorabilità, cede al tempo delle illusorie definizioni, mi rimane l'orizzonte del mare, color argento, mi pare, al tavolo da gioco. Unica, essenziale incantevole curvatura finita" ( M. P.)