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martedì 28 dicembre 2010

mirabile voce

        
      "Le sirene sono la forma inafferrabile e proibita della voce che attrae. Non sono altro che canto. (...) La loro musica è il contrario di un inno: nessuna presenza scintilla nelle loro parole immortali, solo la promessa di un canto futuro ne percorre la melodia. E' per questo che le sirene seducono, non  tanto per ciò che fanno udire, ma per ciò che brilla nella lontananza delle loro parole, l'avvenire di quel che stanno per dire. Il loro fascino non nasce dal canto attuale, ma da quello che  s'impegna ad essere. Ora, ciò che le sirene promettono a Ulisse di cantare è il passato delle sue stesse imprese, trasformate per il futuro in poema. "Noi conosciamo le sventure, tutte le sventure che gli dèi nei campi della Troade hanno inflitto alle genti di Argo e di Troia". Offerto come incavo, il canto non è che l'attrazione del canto, ma non promette all'eroe nient'altro se non la copia di quel che ha già vissuto, conosciuto, sofferto, nient'altro se non lui stesso. (...) Può darsi che sotto il racconto trionfante di Ulisse regni il pianto ineludibile per non aver ascoltato meglio e più a lungo, per non essersi immerso il più vicino possibile alla mirabile voce, là dove il canto forse si sarebbe compiuto. (M. Foucault, La pensée du dehors, 1966)