E Giacomo smise di tenersi aggrappato a se stesso e
si
trasformò in una vulva invisibile della grandezza del cielo, per
lasciarsi
possedere dal padre, una forza illimitata che lo trascinò fuori del tempo
e
dello spazio. Entrò nella negazione assoluta: come se stesse cadendo in
un
pozzo nero, dove tutto ciò che si manifestava veniva cancellato
all’istante,
attraversando livelli di esistenza che sfumavano, Kosménk, cuore del No
illimitato, ricusava per essere infine la più grande di tutte le
affermazioni.
Dalla bontà infinita sorse Xàlpen, sua sposa. Giacomo fu disgregato in
una nube
di gocce ardenti e venne la comprensione: circolò in tutte le correnti
del
firmamento, della terra, dell’oceano, della linfa, del sangue. Si espanse
in una
rete di onde, come un incommensurabile ragno fatto di spirali. La vita
era un
labirinto vuoto percorso da un torrente di passione, Xàlpen, l’orgasmo
continuo
… Kosménk, eternamente immobile nella sua notte buia, radice di tutti i
soli,
di ogni luce cosciente, padre di Xàlpen, si fa amante di lei, per
fondersi
nella materia divenuta canto di felicità, e nascere come suo figlio:
Keternen,
il bimbo d’oro, pane fragile e tenero che alimenta chi lo distrugge.
Keternen,
nato dal sacrificio di Kosménk, salvatore della razza umana, creatore
del nuovo
universo, dove nessuno mangia nessuno e la carne è trasparente. Dove
tutti gli
esseri, mutati in comete coscienti, tracciano nel cielo una cattedrale
di fuoco
… Il piacere della Madre è tanto intenso che sembra dolore, perché
l’orgasmo è
vertiginoso e non cessa di crescere. Allora offre il suo dono maggior,
la
Morte, perché tutto, di nuovo, torni a Kosménk…
Giacomo si trovò nudo nella radura. Tralaf, accanto
alla roccia
nera, stava suonando qualcosa che sembrava un violino. Un arco d’osso
con una
sola corda di crine intrecciato, che appoggiava contro gli incisivi
superiori
per sfregarlo con un altro arco uguale, facendo uscire dallo strumento
un
pianto tra l’umano ed il divino. (A. Jodorowsky)