domenica 9 settembre 2012

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E Giacomo smise di tenersi aggrappato a se stesso e si trasformò in una vulva invisibile della grandezza del cielo, per lasciarsi possedere dal padre, una forza illimitata che lo trascinò fuori del tempo e dello spazio. Entrò nella negazione assoluta: come se stesse cadendo in un pozzo nero, dove tutto ciò che si manifestava veniva cancellato all’istante, attraversando livelli di esistenza che sfumavano, Kosménk, cuore del No illimitato, ricusava per essere infine la più grande di tutte le affermazioni. Dalla bontà infinita sorse Xàlpen, sua sposa. Giacomo fu disgregato in una nube di gocce ardenti e venne la comprensione: circolò in tutte le correnti del firmamento, della terra, dell’oceano, della linfa, del sangue. Si espanse in una rete di onde, come un incommensurabile ragno fatto di spirali. La vita era un labirinto vuoto percorso da un torrente di passione, Xàlpen, l’orgasmo continuo … Kosménk, eternamente immobile nella sua notte buia, radice di tutti i soli, di ogni luce cosciente, padre di Xàlpen, si fa amante di lei, per fondersi nella materia divenuta canto di felicità, e nascere come suo figlio: Keternen, il bimbo d’oro, pane fragile e tenero che alimenta chi lo distrugge. Keternen, nato dal sacrificio di Kosménk, salvatore della razza umana, creatore del nuovo universo, dove nessuno mangia nessuno e la carne è trasparente. Dove tutti gli esseri, mutati in comete coscienti, tracciano nel cielo una cattedrale di fuoco … Il piacere della Madre è tanto intenso che sembra dolore, perché l’orgasmo è vertiginoso e non cessa di crescere. Allora offre il suo dono maggior, la Morte, perché tutto, di nuovo, torni a Kosménk…
Giacomo si trovò nudo nella radura. Tralaf, accanto alla roccia nera, stava suonando qualcosa che sembrava un violino. Un arco d’osso con una sola corda di crine intrecciato, che appoggiava contro gli incisivi superiori per sfregarlo con un altro arco uguale, facendo uscire dallo strumento un pianto tra l’umano ed il divino. (A. Jodorowsky)
                 


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